A volte le implicazioni di un'azione contano più dell'azione stessa.
Stavolta, a differenza delle altre esperienze della Case History, il caso che ti presento non ha difficoltà tecniche o organizzative che in qualche modo si sono superate, invece ho voluto inserire questo racconto per la particolarità della situazione. Un'azienda mi chiede di rappresentarla in una conferenza, al posto dei suoi titolari e dirigenti.
Sono parecchi gli attori di questo racconto, forse è meglio che io inizi col presentarteli.
Ok, io sono Francesco de Francesco, lasciamo stare, questo lo sai, passiamo agli altri.
Nei primi anni 2000 lavoro per l'azienda B, che mi manda per suo conto a far consulenze dai propri clienti.
A è un'azienda di Torino che ha vinto una gara per un grande appalto di servizi e sistemi indetto da C. A è cliente di B e per questo io gestisco il progetto presso C.
Nata in una multinazionale italiana, C è un'importantissima azienda che da qualche anno è stata venduta ad un gruppo statunitense ancor più grande. Progetti da milioni e milioni di euro. Siamo in un contesto tra ministeri, governi, accordi-quadro internazionali ed in mezzo persino aeronautica e Difesa. Parlo ovviamente di quegli anni, ad oggi non conosco la situazione.
Dopo qualche anno io do le dimissioni e lascio B. Poco tempo dopo A mi contatta, vuole lavorare con me, per scrupolo mi accerto che non siano attività che mi porrebbero in concorrenza con B o che porterebbero via lavoro a quest'ultima. Non è così, accetto.
A, B, C rendono difficile la lettura, mi spiace, ma pur se passati tanti anni, alcune di queste aziende non esistono neppure più o sono state accorpate o divise, io mi sento lo stesso di mantenere l'anonimato. Qualche dettaglio c'è, ma molte aziende anche di settori diversi potrebbero farne parte, quindi credo di poter difendere questo compromesso tra riservatezza e leggibilità.
Gli anni passano, siamo ormai arrivati al 2010, il titolare di A mi chiama, mi chiede di andare a Torino per un incontro in cui ha un'importante domanda da farmi. In quegli anni le videoconferenze non si usano ancora molto, la cosa mi dice che è molto delicata, mi paga tutte le spese e preferisce che io vada presso la loro sede per discuterne.
Eccoci al dunque.
Il titolare mi dice che hanno organizzato un'importante conferenza per i propri clienti e potenziali clienti, per illustrare le nuove attività dell'azienda.
Mi chiede di parlare a nome suo, rappresentando ufficialmente l'azienda. Ovviamente devo sembrare un po' stupito, mi spiega che negli anni mi ha visto in varie riunioni direzionali e conferenze, apprezzando molto il mio stile, la capacità di sintesi, il rispondere alle domande in modo preciso, il tenere viva l'attenzione dei presenti.
Mi spiega che ci tiene al fatto che i clienti vedano, anche in modo trasparente, che la sua azienda fa tutto al meglio, cercando fuori professionisti che possano dare il top. Lui non trova affatto disdicevole che il titolare di un'azienda si faccia rappresentare da qualcuno che possa mostrare in modo evidente il layout che l'impresa vuole. Mi spiega che in fondo si scelgono le persone più adatte così come gli strumenti più efficaci. Questo si vedrà ed è proprio il suo obiettivo.
L'idea mi piace, chiedo i dettagli, verifico che non vi siano situazioni poco in sintonia con le mie idee di trasparenza ed etica della comunicazione e del lavoro, tutto è ok, accetto, praticamente subito.
Si passa ai dettagli.
La conferenza si svolgerà dopo un mese, in tutto saranno due ore al massimo, il titolare aprirà per cinque minuti, mi presenterà con pochi dettagli, mi darà la parola e per il resto farò io. Poi il classico rinfresco.
Si decide di farmi preparare anche i bigliettini da visita, pur se serviranno solo in quell'occasione. La cosa è importante, giustifica questa spesa a perdere.
La presentazione viene preparata a quattro mani nelle settimane successive, in parte da loro per i concetti, in parte da me. Quanto scritto, infatti, io devo trovarlo naturale ed in sintonia col mio metodo comunicativo.
Finalmente, parto per Torino, mi ci fermo due giorni in modo da "respirare" la situazione ed essere tranquillo al mattino dell'evento.
Sulla conferenza in sé, non sto a raccontarti troppo, tanto puoi immaginare. Varie decine di persone in giacca e cravatta, caffè al buffet organizzato dall'azienda di catering incaricata, bella sala in un hotel, molta attesa, le due ore passano in fretta, tante domande, poi il rinfresco, con i camerieri coi guanti bianchi.
Torno a casa soddisfatto, i dirigenti dell'azienda sembrano soddisfatti pure loro.
Qualche giorno dopo il titolare mi chiama, entusiasta per i feedback ricevuti.
Lo spirito: conta poco se chi rappresenta un'azienda ad un evento sia interno o esterno. Conta che quell'azienda abbia fatto quanto possibile per produrre il massimo. Dal canto mio, mi sono sentito onorato per essere stato scelto. Il compenso era a questo punto la cosa meno importante, per quanto decisamente significativo.
È uno dei temi che frequentemente discuto nelle riunioni di Mentoring by Fradèfra, perché non sempre abbiamo il successo garantito per ciò che facciamo, l'importante è star bene con sé stessi perché si è fatto tutto ciò che si poteva.