Ho sempre creduto nella formazione, non solo in quella erogata, anche in quella che mi vede come allievo.
Dieci giorni in un avveniristico centro di formazione HP nei dintorni di Londra. Come c’era finito, Francesco de Francesco?
A differenza del resto delle case history, in questa vecchia esperienza l’allievo fui io.
Una multinazionale del settore chimico, in realtà presente anche in molti altri ambiti, voleva avviare un sistema di archiviazione documentale con sistemi ottici. L’azienda per la quale io lavoravo era loro fornitore di software e consulenza. Parliamo di fine anni ’80, forse i primi ’90, non ricordo benissimo.
All’epoca i sistemi ottici erano all’avanguardia, diciamo anche terra di frontiera (per non dire fantascienza). Necessità dell’azienda cliente era fare la scansione di documenti, produrre file immagine, manipolare ed attaccare informazioni per l’information retrieval, registrare su dischi ottici, per lo più CD-Rom ed i CD come li conosciamo oggi (ma non ancora i DVD).
Gli scanner erano dei “macchinoni”, quasi sempre dedicati, anche i monitor usati per lo scopo lo erano spesso (ma non necessariamente), i computer montavano schede grafiche specifiche, nel nostro caso Kofax.
Il software, sempre di Kofax, gestiva il tutto producendo file Tiff multipagina, ci si poteva interfacciare con applicazioni scritte in C oppure usare il loro.
Il sistema in Europa era gestito da Hewlett-Packard, che aveva appunto il centro di formazione principale a Pinewood, nei dintorni di Londra.
Per la formazione del personale coinvolto, si era costituito un piccolo team che doveva acquisire tutto il necessario e poi divulgare a tutti gli altri, se la direzione aziendale avesse deciso di proseguire.
Io ero responsabile esterno del progetto software della società sviluppatrice esterna. Per questo cliente io ero a metà tra il project manager e l’account manager, gestivo vari progetti consulenziali e software. Ero stato scelto a far parte di questo primo nucleo non tanto perché dovessi fare il programmatore, ma perché conoscendo bene il C, avrei potuto meglio gestire i gruppi di sviluppo soprattutto negli aspetti di collegamento con l’hardware. Avevo inoltre già esperienza di organizzazione e gestione, quindi ero considerato la giusta figura di mezzo.
Il mio incarico era acquisire velocemente tutta la conoscenza necessaria sui sistemi (quella sugli argomenti e funzioni le aveva già, mi ero già occupato di sistemi ottici di archiviazione), valutare le difficoltà che avremmo incontrato sia come azienda sviluppatrice, sia come forze esterne incaricate presso l’azienda stessa.
Due componenti del team erano interni dell’azienda cliente, M. più orientato allo sviluppo, D. più interfaccia CED/utenti. Avevano lo stesso mio compito, per conto del loro dipartimento. A. era il quarto componente, rappresentante di HP.
In questo progetto i problemi non erano software, impiantistici o di competenza, la natura era ben diversa. Un caso reale di limiti logistici e linguistici.
Il primo problema. Il mio inglese all’epoca non era un granché, io lavoravo spesso all’estero, ma il linguaggio era prettamente tecnico, seguire un corso è ben altra cosa, allora ed oggi. Si faceva conto sulla mia capacità di uscire da quella che oggi chiameremmo “comfort zone”.
Risolvemmo grazie a M. e D. che invece l’inglese lo parlavano e capivano bene, che si offrirono di farmi da interpreti in caso di necessità. In effetti qualche volta servì. I docenti dei corsi furono avvisati, sempre in modo molto cordiale rivolgendosi a me usavano frasi corte e semplici. Quando serviva i miei “colleghi”, M. soprattutto, traducevano.
Secondo problema. Il centro di formazione era ad una decina di minuti di auto dalla struttura in cui eravamo alloggiati, non vi erano mezzi comodi di trasporto, l’azienda fu costretta a noleggiare un’auto per noi. Ovviamente, guida a sinistra con volante a destra.
Per molte persone, questo è un problema grave, anche oggi, al punto che un progetto potrebbe fallire per questo motivo. Ci sono problemi di sicurezza, di responsabilità, assicurativi. Che succede se si fa un incidente e qualcuno si fa male?
Tutti si rifiutarono di guidare, mi offrii io (che per altro avevo la patente da poco) perché ero già abituato a risolvere problemi, sapevo di esser capace di mantenere la calma e confidavo nel mio spirito di adattamento.
Terzo problema, la cucina. Tutti in Italia ci avvertirono del fatto che in Gran Bretagna avremmo mangiato malissimo. Discutemmo tra noi su come gestire questo aspetto.
Avremmo potuto cucinare nella struttura che ci alloggiava, una sorta di B&B con camere separate, ma ovviamente così avremmo dovuto sempre fare la spesa, qualcuno doveva offrirsi, poi occorreva ogni volta sistemare. Eravamo tutti contrari a questa opzione.
Decidemmo che avremmo mangiato sempre fuori, accettando il rischio di non gradire sempre, ma muovendoci con un minimo di controllo. Si trattava di scegliere i locali giusti (anche con qualche consiglio dei docenti e altri allievi). Decidemmo che ogni volta avremmo letto bene il menu, che ci saremmo confrontati tra noi, ordinando cose diverse per essere sicuri di avere almeno un paio di piatti di nostro gusto. Retrospettivamente, posso testimoniare che mangiammo ottimamente.
Partimmo. Volo in classe business, in anni che già volare era un privilegio, iniziarono così i nostri quindici giorni in Inghilterra.
Appena arrivati e ritirata l’auto, usai i primi venti minuti nel parcheggio dell’aeroporto per prendere confidenza sia con l’automezzo, col cambio in particolare, con la guida. Poco dopo guidavo nel traffico, tutti pronti a verificare se le nostre strategie avrebbero funzionato. La fase più critica era stata superata.
Il centro di formazione era veramente moderno per l’epoca. Attrezzature, locali, aule, zona lunch, tutto era improntato alla pulizia, funzionalità, luminosità e spaziosità. L’HP ci teneva.
L’aula era composta da persone provenienti da Francia, Germania, ovviamente anche locali, due orientali e qualcuno del nord Europa, non capii se Danimarca o Svezia o Norvegia. Si confermò il nostro sospetto che il mio inglese fosse il peggiore, ma ridemmo spesso per il fatto che alla fine ero quello che interagiva di più, faceva domande, apparentemente senza far caso alla forma quasi sempre sbagliata, se pur comprensibile.
Le lezioni comprendevano mattino e pomeriggio, alle 16 si finiva. Ore intense, ma fruttuose. Ci insegnarono ad usare l’hardware, i tool di diagnostica, le applicazioni di gestione, le librerie di interfaccia. All’epoca eravamo in un contesto elitario e si percepiva.
Finite le lezioni, ogni giorno trovavamo un nuovo paese nei dintorni, dove passare qualche ora di svago e cenare, anche commentando cos’avevamo appreso, aiutandoci sulle reciproche difficoltà e, naturalmente, facendo gossip.
Insomma, nonostante le premesse negative, il periodo di formazione andò benissimo, grazie alla cooperazione del piccolo team, tutto andò per il meglio e tornammo in Italia ben addestrati sull’uso dei sistemi e relativi tool di sviluppo.
Io per anni continuai a seguire l’azienda, spesso incontravo presso la sede del cliente i due interni che portavano avanti le attività di sviluppo e si interfacciavano con gli utenti. Successivamente con M. rimanemmo amici per tanto tempo, anche frequentandoci fuori dai contesti lavorativi. Nel tempo, persi le tracce, invece, di D. e A. Proprio perché non so che cosa facciano oggi e la multinazionale è operativa, è ancora più doveroso del solito che io anonimizzi il tutto, tutelando il loro diritto alla riservatezza.