L'eccitazione si trasformò in tristezza, ma anche questa fu esperienza.
Il 1987 è un anno che in qualche modo ha segnato la storia del medio oriente, dell’occidente e mio.
Un’azienda multinazionale nel settore impiantistico, aveva un cantiere in Iran, con personale occidentale e manodopera locale. Si erano rivolti a noi perché mentre le paghe degli occidentali e dipendenti erano gestite dalle amministrazioni in Europa ed Italia, presenze e stipendi dei locali seguivano un giro diverso, sia come contrattualistica sia come orari, coordinamento e pagamenti.
Serviva che sul posto ci fosse un sistema informatico piccolo, flessibile, facile da modificare sulla base delle necessità locali, con computer autonomi e senza grandi necessità di risorse.
A capo del progetto informatico fui nominato io, che avrei gestito il gruppo di programmatori che avrebbero materialmente portato avanti lo sviluppo. Io in presenza nel cantiere, loro da remoto dai laboratori.
In Italia si erano fatte tutte le considerazioni, si erano preparate le basi necessarie, scelto l’hardware, fatta quella parte di analisi fattibile.
Vari personal computer con un server ed una piccola rete locale (Novell Netware, se non ricordo male), una stampante ed una di riserva, unità di backup, stabilizzatori e UPS perché in un cantiere corrente e tensioni non sono sempre stabili. Dischetti, tanti dischetti, floppy 3.5 perché all’epoca si usavano quelli.
Il software era MS-DOS con Windows per alcune parti, il linguaggio era Cobol di Ryan-McFarland (RM/Cobol per gli amici) per una più facile interfaccia coi sistemi centrali. Comunque, il Clipper Nantucket sarebbe rimasto a portata di mano, sui floppy, appunto.
Per quanto riguarda il gestionale, avevamo già scritto molte applicazioni nell’ambito delle paghe, contributi, presenze, ecc. Si partiva con delle basi da mostrare ai responsabili del posto, per poi far fare in sede le modifiche del caso. Partivo io come interfaccia principale perché non era possibile spostare lì tutto il laboratorio di sviluppo.
A proposito di logistica. Ricordo, fu il mio primo passaporto, fatto in dieci giorni (cosa all’epoca eccezionale) grazie ad alcune procedure agevolanti. Le difficoltà non erano tecniche, ma logistiche ed organizzative. In quegli anni, partire per lavoro era facile se andavi a Londra o a Parigi. Andare in Iran o in Iraq (anche lì c’erano cantieri italiani) non lo era affatto.
Ero elettrizzato. Mi avevano informato del fatto che il cantiere era a chilometri dal centro abitato più vicino, una sorta di piccola isola occidentale, dell’antica Persia avrei visto ben poco. Come tutti i giovani, però, non demordevo e cullavo la speranza di fare qualche scappatella comunque, nel periodo in cui sarei stato lì.
“Frà, ce l’hai la valigia?” - mi chiesero ed io senza farmelo ripetere me ne andai a comprare una il giorno stesso. Ricordo ancora la targhetta che ci feci attaccare “Francesco de Francesco - capo dipartimento sviluppo - Milano”.
Il titolo? Beh, perdonami, ero giovane, oggi non lo farei di sicuro.
All’epoca essere una persona che lavorava nell’informatica faceva di te un semidio, ma ciò che mi rendeva frenetico era il partire, per lavoro ho girato il mondo e mi è sempre piaciuto. Qui si aggiungeva il luogo, una delle culle della civiltà.
Ogni giorno si definiva qualcosa, si preparava qualcos’altro. A pensarci bene, l’unica cosa a cui non avevo pensato erano le vaccinazioni, chissà come mai.
Mancava una settimana, tutto era pronto.
Arriva la telefonata. L’Iran ha espulso gli ambasciatori italiani, il rapporto con l’Italia, già traballante, si era definitivamente rotto. Non si parte più, tutto il progetto è interrotto.
In quella parte dell’anno erano successe varie cose, tra una gaffe lamentata dall’Iran verso un gruppo di comici italiani (il caso Solenghi-Marchesini-Lopez), l’attacco alla nave Jolly Rubino, la conseguente crisi diplomatica, ecc. Per questioni di sicurezza il governo italiano aveva chiesto a tutti gli italiani di ritornare in patria e si consigliava di non partire per l’Iran salvo che non fosse strettamente necessario e sotto il controllo delle autorità (cioè niente).
Sbigottita l’azienda cliente, altrettanto noi, io, beh, lasciamo stare.
Si decise di sospendere per tempi migliori, ma quei tempi non arrivarono più per un decennio e quando si potè in qualche modo tornare in Iran, ormai tutto era cambiato, compresa l’azienda stessa e le esigenze.
Ecco, questo è il caso reale in cui sicuramente mi piacerebbe mettere i nomi, ma è anche quello in cui proprio non posso farlo. La multinazionale è ancora operativa, anche se passata di mano un paio di volte e con un asset completamente diverso. Sono esperienze molto delicate, difficile che si abbia voglia di parlarne.
Però, due cose mi sono rimaste e mi fanno serenamente sorridere ogni volta che ci penso.
La prima è che fu uno di quei casi in cui il piano B non sarebbe servito a nulla. Neanche il C. Tutto era stato organizzato nel migliore dei modi, avevamo fatto bene il nostro lavoro, ma non si può prevedere un meteorite o una rivoluzione. Sapevamo di aver fatto ciò che andava fatto. Amen.
La seconda è che quella valigia mi tenne compagnia per anni e anni, nei miei tanti altri viaggi all’estero, che ho sempre fatto prima di aprire lo studio Fradèfra Insight.
P.S.
Con un po' di tristezza, lascio questo racconto per andare a scrivere il prossimo per il mio elenco dei casi studio.