Gli attacchi di panico possono trasformarsi in un campo minato, troviamo la via migliore.
Lavorando possiamo trovarci, senza volerlo, a dover gestire un attacco di panico. Nostro (ma naturalmente non te lo auguro) o di un nostro collega, collaboratore, dipendente.
A utile a ogni persona, quindi, avere qualche informazione che consenta almeno di non fare grossolani errori.
Questo è il motivo per cui ho scritto questa pagina.
Premessa, non sono uno psicologo, sono un mentore, quindi per una terapia o per affrontare un percorso di miglioramento delle capacità di gestione, così come dell’eventuale diagnosi, io trovo importante rimandare ad uno psicologo/psicologa, psicoterapeuta ed in qualche caso anche allo psichiatra.
Detto ciò, ti invito lo stesso a leggere questa pagina, perché le considerazioni che esprimo possono aiutare almeno a comprendere. Per mio scrupolo, la pagina l’ho fatta leggere ad una psicologa, per verificare che tutto fosse in ordine.
Secondo il DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition), l’attacco di panico è "un periodo di intensa paura o disagio accompagnato da almeno quattro sintomi somatici o cognitivi su 13".
Wikipedia, in termini più semplici, lo definisce "Il Disturbo da attacchi panico, detto anche PA/s o PDs (dall'inglese panic attack/s o panic disorder, come riportato nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), è una forma clinica dei disturbi d’ansia caratterizzata da intensi stati di ansia accompagnati da altri sintomi psicologici e fisici che si presentano in maniera imprevedibile, generalmente senza una razionale causa scatenante".
Altre definizioni sono simili, anche se con parole a volte diverse.
I tredici sintomi somatici o cognitivi sono: palpitazione, cardiopalmo o tachicardia; sudorazione; tremori fini o a grandi scosse; dispnea o sensazione di soffocamento; sensazione di asfissia; dolore o fastidio al petto; nausea o disturbi addominali; sensazione di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento; derealizzazione (senso di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi); paura di perdere il controllo o di impazzire; paura di morire; parestesie (sensazione di torpore o di formicolio); brividi o vampate di calore.
Gli attacchi di panico possono essere improvvisi, senza apparente motivazione (che poi invece andrà cercata con un terapeuta) o legati ad una o più specifiche situazioni.
Le motivazioni più comuni, spesso inconsapevoli, sono: forte stress, lutti ed incidenti, cambiamenti importanti di vita, fattori genetici o familiari, cattiva o mancata gestione dell’ansia, circoli viziosi vari.
Possono esserci anche molte altre motivazioni e con un terapeuta trovarli è uno dei cardini dell’eventuale percorso.
Gli attacchi di panico hanno effetti organici e psicologici, diretti ed indiretti. L’attacco di panico non è grave di per sé, lo è per gli effetti che potrebbe produrre e che di fatto produce quasi sempre.
Tra gli effetti organici cito: palpitazioni, tachicardia, dolore al petto, soffocamento, nausea, vertigini, tremori, sudorazione.
Tra gli effetti psicologici, invece: paura di morire, impazzire o perdere il controllo, sensazione di irrealtà.
Come circolo vizioso spesso si instaurano fenomeni collegati come il non voler ripetere la situazione in cui inizialmente s’è verificato, depressione, chiusura in sé, difficoltà a stare in mezzo alle persone, perdita di stima, difficoltà nell’affrontare riunioni ed altri lavori di gruppo, ecc.
Chi ha attacchi di panico, può in emergenza ricorrere ad azioni imparate in terapia, come le tecniche di respirazione profonda, grounding ed altro ancora in base alle specifiche capacità e sintonie (non siamo tutti uguali e spesso le tecniche possono piacere o non piacere).
Al di fuori dell’emergenza, io consiglio altamente un percorso di terapia con un professionista (psicologo/psicologa, psicoterapista, psichiatra). Il tema è delicatissimo ed altamente impattante sulla vita, non è qualcosa che consiglierei di affrontare da soli, non all’inizio, per lo meno.
Se durante la nostra giornata, in privato o al lavoro, una persona che conosciamo ha un attacco di panico, cosa possiamo fare per aiutarla?
Essere presenti, attenti, delicati, gentili, aiutandola con voce tranquilla a concentrarsi su qualcosa o su sé stessa o sulla respirazione profonda, incoraggiando piccoli e lenti movimenti.
Evitare invece frasi quali "calmati" o "stai esagerando" o lo sminuire le paure. Ricorda che chi ha un attacco di panico non lo ha scelto, non lo si può razionalmente controllare (non solo).
Sarò provocatore: ad un mio dipendente, io la terapia la pagherei a spese della mia azienda, se lui consentisse, perché una persona aziendalmente importante (ma tutte le persone lo sono), vale sicuramente una spesa simile.
I riflessi negativi che possono avere gli attacchi di panico, purtroppo, sono numerosi. Ne riporto solo alcuni, a titolo d’esempio.
Una persona che soffra di attacchi di panico dovrebbe scegliere lavori in cui gli aspetti negativi siano minimizzati. Cito alcuni esempi.
Fondamentale è ricordarsi sempre che noi umani non siamo fatti con lo stampino. Non a tutte le persone nella stessa condizione è utile la stessa "medicina". Una terapia adatta ad una persona potrebbe non esserlo per un’altra.
Allo stesso modo, le conseguenze personali e relazionali degli attacchi di panico, potrebbero essere molto diverse tra le varie persone che ne soffrono.
Ciò vale anche per il lavoro ed in generale l’ambito professionale. Al di là di considerazioni generali simili a quelle che ho scritto, le scelte vanno cucite sulla persona e sul contesto in cui vive.
Non so perché tu stia leggendo questa pagina, quindi: se soffri di attacchi di panico, direi che la cosa migliore sia cercare un terapeuta; se vivi con persone che ne soffrono, leggi ciò che puoi sull’argomento, in modo da poterle aiutare e soprattutto per non recar loro ulteriore danno.